giovedì 3 luglio 2014

QUESTA SAREBBE INNOVAZIONE? DOVE VOGLIONO PORTARE LA SCUOLA?

Orario docenti fino a 36 ore settimanali, scuole aperte di sera e d'estate. Stipendi fino a 3mila euro, ma decideranno i Presidi. Addio a supplenze brevi?



Si delinea ulteriormente il piano dell'attuale Governo sull'orario lavorativo, la "valorizzazione della classe docente" e la proposta per il nuovo contratto. Gli scatti stipendiali non saranno toccati, ma saranno i Dirigenti a decidere a chi dare di più.


Orario lavorativo

Oggi su Repubblica.it troviamo la conferma di quanto anticipato da OrizzonteScuola.it, ma con una novità, i docenti potranno lavorare fino a 36 ore a settimana. Soglia che è valida per le insegnanti dell'infanzia e della primaria, mentre per scuola secondaria di I e II grado il tetto sarà inferiore.
Si prefigura, dunque, una rivoluzione per quanto riguarda l'apertura delle scuole, per la quale in Governo punta ad un orario che copra gran parte della giornata, addirittura fino alle 22, e che resti aperta anche nel periodo estivo, agosto escluso.
Probabilmente si partirà con una versione soft, con l'apertura fino a metà pomeriggio e fino a fine Giugno, per poter fornire alle famiglie servizi di recupero ed attività extracurriculari, come già anticipato dalla nostra redazione.

Nino Galloni – Come ci hanno deindustrializzato



29 aprile 2013 - MESSORA: Nino Galloni, economista, ex direttore del Ministero del Lavoro; uno che di cose in questo paese ne ha viste tante. Nino, buongiorno.
GALLONI: Buongiorno!
MESSORA: Benvenuto su byoblu.com, a queste interviste volute dalla rete. Io ero rimasto molto colpito dalla tua affermazione in un convegno che ripresi e misi su Youtube, intitolando il video “Il funzionario oscuro che fece paura a Kohl”. Nel tuo racconto del processo con il quale siamo entrati nell’euro, tratteggiavi questa decisione assunta dalla politica italiana di un vero e proprio progetto di deindustrializzazione del nostro paese. E mi sono sempre chiesto: ma perché mai, alla fine, la politica avrebbe dovuto decidere questo strangolamento, questo inaridimento, la morte del nostro tessuto produttivo? Ho cercato, via via, delle risposte nel tempo, ma oggi che sei qua forse queste risposte ce le puoi dare tu. È un processo, quello di deindustrializzazione, che parte da molto lontano. Riesci a farci una carrellata di eventi e poi arriviamo al focus?
GALLONI: Credo che la data dalla quale dobbiamo necessariamente partire sia il 1947, quando al Trattato di Parigi De Gasperi cede una parte della nostra sovranità, ma in cambio ottiene il riassetto di certi equilibri. La componente socialcomunista esce dal governo, ma manterrà una grande influenza nel campo creditizio e questo, vedremo, sarà un fattore decisivo una trentina di anni dopo.
MESSORA: gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo in questa decisione.
GALLONI: Gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo perché chiaramente gli aiuti del Piano Marshall erano condizionati all’uscita dei comunisti dal governo. In realtà Togliatti, giustamente, si lamentava del fatto che ci fosse questo ricatto, ma era perfettamente consapevole di doverlo fare di uscire dal governo, anche perché tutto sommato alla Russia stalinista non faceva comodo un Partito Comunista al governo, come poi trent’anni dopo non farà scomodo il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, che tutto sommato era stato additato come interessato a fare avvicinare i comunisti all’area di governo, cosa che poi potrebbe essere sfatata.
Ma torniamo all’industria. Quindi nel 1947 la produzione industriale, per non parlare della produzione agricola italiana, è a livelli del 1938. Il paese è semidistrutto. Tuttavia inizia una ricostruzione. Ad un certo punto di questa ricostruzione, in cui hanno un ruolo le industrie energetiche, quindi Mattei, ma si comincia a sviluppare in modo sorprendente anche il nucleare, ci si trova già negli anni ’60 nel miracolo. Cioè piccole industrie, grandi industrie, industrie a partecipazione statale, soprattutto, e anche cooperative, trainano l’Italia in una situazione completamente diversa. Negli anni ’70 scopriamo che abbiamo superato l’Inghilterra, scopriamo che ci stiamo avvicinando alla Francia, scopriamo che possiamo, dal punto di vista manifatturiero, andare a dar fastidio alla Germania. Nel ’71 si sgancia la moneta dall’oro e questo rende teoricamente tutto più facile: gli aumenti salariali anche in termini reali, la spartizione dei guadagni di produttività che va in parte ai lavoratori e quindi aumentano i consumi, aumentano le vendite, aumenta il valore delle imprese. Questo è un concetto fondamentale che oggi è stato completamente dimenticato. Oggi la consapevolezza e l’orizzonte delle imprese – e di questo ha grave responsabilità la Confindustria – è ridotto all’immediato, al profitto annuale. Le imprese dovrebbero traguardare obiettivi di crescita del valore delle imprese stesse, in modo di contrattare poi con le banche tassi di interesse buoni e invece manca completamente questa consapevolezza.

mercoledì 2 luglio 2014

RENZI HA APERTO A BRUXELLES IL SEMESTRE ITALIANO. PER FAVORE RIPORTATELO SULLA TERRA!

Il «selfie» di Renzi nel discorso al Parlamento europeo infiamma Twitter

Tante reazioni ad un'insolita espressione utilizzata dal nostro premier a Strasburgo, nel giorno dell'inaugurazione del semestre italiano di presidenza dell'Ue

Nel discorso che inaugura il semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea il premier Matteo Renzi ha parlato subito di «selfie» del Vecchio continente scatenando una raffica di commenti sui social network. «Con estrema preoccupazione – ha affermato il nostro capo di governo – devo dire che se l’Europa oggi si facesse un selfie, emergerebbe il volto della stanchezza, in alcuni casi della rassegnazione. L’Europa oggi mostrerebbe il volto della noia». Su Twitter in particolare le reazioni sono state immediate ed è stato chiaro fin da subito come la metafora utilizzata da Renzi avesse catturato l’attenzione anche degli utenti stranieri. All’indirizzo del presidente del Consiglio sia messaggi critici che battute. Un po’ meno apprezzamenti.
(Fonte)

Sono convinto che abbia catturato l'attenzione ma penso più negativa che positiva. Tante chiacchiere!

martedì 1 luglio 2014

EUROPA: DALLE INCOMPETENZE ALLE SCELTE SBAGLIATE



Giulio Sapelli, torinese, classe 1947, è professore ordinario di storia economica all’università degli studi di Milano. Abbiamo pensato a lui per aprire un dibattito sull’Europa in vista delle prossime elezioni europee perché da sempre, con lucida analisi, analizza i meccanismi istituzionali, politici, economici e sociali alla base di ogni scelta di governo, nazionale ed europea. Oltre che nella sua veste di accademico, Giulio Sapelli è un apprezzato manager, tanto da aver fondato nel 1983 la fondazione ASSI per la storia e lo studio dell’impresa e aver dedicato molti suoi scritti proprio al tessuto produttivo italiano, come il suo “Elogio della piccola impresa” uscito nel 2013.

1)Come si presenta l’Italia alle prossime elezioni europee?Peseranno di più i conti in ordine o le mancate riforme?
Il commissario europeo alle politiche economiche è stato impietoso con il nostro paese: “L’Italia ha messo sì in ordine i conti, ma azionando la leva fiscale e senza tagliare la spesa pubblica”.
Dico la verità: io non sono un euro-scettico nel senso dell’euro,ma non voglio questa Europa, quindi a me di questi commissari che vengono qui a dirci cosa dobbiamo fare, io proprio non mi interesso. Certamente noi dobbiamo cercare di mettere a posto non la spesa pubblica, ma gli sprechi pubblici. Noi siamo fra i paesi Europei con la minore spesa pubblica. Questo né i cittadini italiani, né i politici lo sanno. La verità è che siamo molto indietro per gli sprechi generati dalla spesa pubblica. Quanto alla dichiarazione, preferisco che questi discorsi ce li facciamo da noi e non ce li facciano loro, anche perché non hanno da insegnarci niente sulla burocrazia e la corruzione.

Mercificare tutto! (col beneplacito dell'UE)



L'ordinaria segretezza di un trattato globale sul commercio. 
Poco meno di una settimana fa L'Espresso [19 giugno 2014], in contemporanea con il quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, ha pubblicato uno dei nuovi leaks che Julian Assange e Wikileaks continuano a distillare da due anni a questa parte, rompendo lo schermo di segretezza e opacità con cui Stati Uniti, corporations e altri attori capitalistici globali (subalterni ai primi) continuano a decidere, sulle nostre teste, del nostro futuro e della loro profittabilità.
Coi toni tipici del sensazionalismo giornalistico Stefania Maurizi presenta il documento sul sito del settimanale parlando di «un accordo che viene negoziato nel segreto assoluto e che, secondo le disposizioni, non può essere rivelato per cinque anni anche dopo la sua approvazione». 
Come nota un lettore-commentatore (di certo poco sensibile alle istanze anti-capitalistiche e forse convinto sostenitore della bontà del sistema in cui viviamo) «il TiSA non è un accordo segreto. A livello UE sia il Parlamento che il Consiglio e gli Stati Membri ricevono tutti i documenti che vengono discussi in fase di negoziazione. La Commissione deve quindi tenere conto della posizione degli Stati Membri durante i negoziati e anche di quella del Parlamento i quali, nel caso in cui l'accordo contenesse delle norme problematiche, potrebbero decidere di non approvarlo. Lo stesso vale per il TTIP. Il livello di trasparenza è quindi lo stesso garantito per tutti gli altri accordi commerciali» (c'è anche un sito apposito che spiega in cosa consiste il trattato: https://servicescoalition.org/negotiations/trade-in-services-agreement).
Dal punto di vista della norma e della prassi con cui questi trattati globali sono ordinariamente gestiti ha ragione il lettore: il Tisa è figlio della più "normale" proceduralità con cui il WTO (organizzazione mondiale del commercio) cerca, da 30 anni a questa parte, di istituire globalmente principi e regole di liberalizzazione spinta del mercato, sfondando barriere nazionali, protezioni sociali (welfare) e ogni altro tipo di argine alla cannibalizzazione capitalistica dei territori e delle popolazioni che li abitano.