martedì 22 novembre 2011

L'EURO È UNO STRUMENTO PER SCHIACCIARE LA CLASSE OPERAIA

L'economista Pedro Montes inaugura il seminario dell'Accademia del Pensiero Critico di Socialismo21


La maggior parte delle analisi della redditività della zona euro e i benefici (o meno) di rimanere nella moneta unica sono inseriti, con poche eccezioni, nel quadro dell'ortodossia neoliberista e incorrono in un'inflazione di cifre e tecnicismi. Ma al di là di queste analisi funzionali al sistema, cosa è l'euro? “Uno strumento nelle mani dei poteri economici per schiacciare la classe operaia”, risponde l'economista Pedro Montes dopo trentasei anni di lavoro nel Dipartimento Studi del Banco di Spagna.
La borghesia europea, spiega Montes , "ha basato tutti i suoi progetti per più di dieci anni nella creazione di una moneta unica, l'euro è una cosa meravigliosa per gli imprenditori." Perché? Perché con l'unione monetaria (dal 1999), gli stati non hanno più la possibilità di svalutare (o rivalutare) le monete, in caso di svalutazione per migliorare la capacità di vendere all'estero. Quindi rimane una sola possibilità per migliorare la competitività (parola tanto cara al discorso neo-liberista): attaccare i salari e, di conseguenza, ridurre i costi del lavoro. "Ciò ha notevolmente facilitato lo sfruttamento della classe operaia", ha aggiunto l'economista.
Pedro Montes ha sviluppato questi pensieri nel primo seminario dell'Accademia del pensiero critico, dal titolo "Crisi finanziaria e stagnazione economica: ritorno all'economia reale" che si è tenuto lo scorso 26 ottobre presso la Scuola di Ingegneria Agraria dell'Università Politecnica di Valencia.
"Il disegno della moneta unica è stato un errore fin dall'inizio", ha concluso l'economista membro di Socialismo 21, in particolare per i paesi della periferia europea. Questa idea può essere dimostrata con le cifre: il debito estero dello Stato spagnolo è passato da 155 miliardi di euro nel 1998 (un anno prima che l'euro entrasse in vigore) a 964 miliardi nel 2009 (in coincidenza con l'inizio della crisi). Nello stesso periodo, il passivo degli scambi con l’estero è passato da 540 miliardi di euro a 2,4 trilioni. Alla fine, "il neoliberismo ha costruito un mostro insensato, dal quale non c'è via di fuga e tutti gli esperti lo sanno", ha detto Montes.
Paul Krugman ha sottolineato un anno e mezzo fa le due opzioni che restavano ai paesi della periferia europea. Uno, svalutare e poi fuori dall'euro, la seconda una manovra dura per diminuire prezzi e salari, in modo da ottenere gli stessi effetti che la svalutazione. Venne presa la seconda alternativa, ma secondo Pedro Montes, "i problemi non sono stati assolutamente risolti". "Ora non ci resta che seguire l'euro, che sarebbe una catastrofe, o rompere con la moneta unica, che sarebbe il caos", ha detto Montes con un realismo ironico. Inoltre l'autore dei "L'integrazione in Europa. Dal Piano di stabilizzazione a Maastricht " (1993) e "Il disordine neoliberista" (1996), afferma che "rimanere nell'euro non è più un'alternativa, dato che sarà impossibile".
Quindi, il dibattito è aperto su due posizioni: attuare le riforme necessarie (tra cui quelle progressiste) per salvare l'unione monetaria e, d'altra parte, l'alternativa alla quale Montes si unisce, "che il mostro dell'euro scompaia perché, anche se è una catastrofe, almeno permetterà di costruire una nuova Unione Europea". L' economista non crede che "con una sinistra debole e divisa, e con l'attuale equilibrio di forze, possano essere implementate riforme progressiste nel contesto attuale dell'Unione Europea." Questo si poteva già presumere un decennio fa, anche se nessun esperto lo disse: "Con un’unione monetaria forgiata da diverse economie, fiscalità divergenti e un magro bilancio che rappresenta solo l'1% del PIL europeo (quello di ogni stato nazionale rappresenta tra il 40 e il 50% del PIL).
E che dire ai cittadini? Ai più alti livelli è stato deciso che siano loro a pagare la crisi e che senza discutere sostengano le modifiche e i tagli. Meno informazioni ci sono e meglio è. Secondo Pedro Montes, "c’è una costante guerra di numeri e dichiarazioni dove alla fine ci si perde, e succede anche agli economisti che studiano la questione, è meglio non fidarsi di nulla, perché si parla sempre di miliardi, ma dove sono? Non si ha alcuna sicurezza sulle dimensioni del mostro finanziario che è stato creato e che nessuno può controllare." Per dare un esempio dell'opacità, prendiamo il termine "salvataggio". "Questa parola è veleno puro, non viene salvato nessun paese. Ciò che viene fatto è concedere prestiti ai paesi in difficoltà ma senza liberarli dai debiti e, d'altra parte, nemmeno i paesi centrali hanno i soldi per un vero salvataggio".
Quello che sta accadendo, ha detto Pedro Montes, è "un gigantesco trasferimento di ricchezza o, in altre parole, la socializzazione delle perdite delle istituzioni finanziarie, che vengono trasferite alle istituzioni pubbliche e ai cittadini". Questo è ciò che non viene raccontato. Inoltre, la cosiddetta crisi del debito sovrano "è di tale portata che non ha soluzione, nonostante ulteriori incontri e riunioni europee". L'economista di Socialismo 21 ha elencato tre ragioni per sostenere il suo punto di vista: il deficit enorme dei paesi, l'accumulo di questi deficit che creano una massa debitoria sempre in crescita e la chiusura dei rubinetti del credito, il tutto in un contesto di grave recessione.
E' certo che la situazione attuale favorirà nuovi dibattiti. Uno dei punti essenziali sarà ripensare la globalizzazione e che gli stati-nazioni possano recuperare una parte del loro potenziale, per esempio, per controllare le loro valute e l'imposizione di dazi, che permetterà alle economie più deboli di difendersi. "E questo non significa cessare di essere europeisti”, spiega Pedro Montes, “ma puntare a un’Unione progressista con la redistribuzione della ricchezza e dei diritti sociali".
Un altro dibattito urgente di fronte a una crisi che definisce "storica" perché "cambierà profondamente l'economia e la società" è quello che deve essere affrontato dalla sinistra. L'economista auspica una "rottura" con il sistema dato che "con il quadro attuale non c'è possibilità di riforma". Inoltre, "se anche si risolvesse la crisi, questa riemergerebbe il giorno dopo perché resta la radice di tutti i mali: il modo in cui è stata concepita l'Unione Europea".
In questo contesto, "gli imprenditori cercano di ottenere quanti più benefici possibile e, dopo aver ottenuto immediatamente una controriforma, ne hanno bisogno subito di un'altra; insomma, sanno molto bene ciò che vogliono, mentre la sinistra ha paura e ha molti dubbi." Tuttavia, "alla sinistra non compete risolvere una crisi che non ha generato, dobbiamo farci forza per la battaglia estenuante che si avvicina e approfittare delle opportunità che si presenteranno in futuro e che non abbiamo avuto un anno fa, quando nessuno ancora metteva in discussione il capitalismo", conclude Montes lasciando una finestra aperta all'ottimismo. 
(Fonte  www.comedonchisciotte.org - traduzionea di Vincenzo Laporta 15.11.2011)
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 Comunisti italiani, smettetela di essere idioti, vili e ipocriti!
(Commento di Stefano D’Andrea da www.appelloalpopolo.it)
Mi ha suscitato un lampo di felicità la lettura, su Comedonchisciotte,  dell’articolo di  Enric Llopis (traduzione per CDC a cura di Vincenzo Laporta), intitolato L’euro è uno strumento per schiacciare la classe operaia.
Sia l’autore dell’articolo, sia l’economista Pedro Montes del quale Enric Llopis riassume e riporta il pensiero, non negano che l’euro schiacci la classe operaia dei soli paesi del sud Europa; sicché stando al contenuto dell’articolo, il titolo avrebbe dovuto essere L’euro è uno strumento per schiacciare la classe operaia dei paesi del sud Europa
Tuttavia, io  credo che l’euro schiacci i sistemi produttivi dei paesi del sud Europa e quindi anche la classe operaia di quei paesi. Basti pensare agli acquisti che il capitale francese sta facendo in Italia in numerosi settori produttivi; alla crisi delle imprese agricole, le quali riuscirebbero ad esportare se soltanto non avessimo l’euro; e a quella di numerosi altri settori produttivi e distretti (si pensi al distretto tessile di Prato), che non si sarebbe avuta se non avessimo adottato l’euro.
Inoltre, i recenti provvedimenti volti ad imporre la “competitività” cancellando il giorno di riposo dei commercianti e ammettendo le società tra professionisti con soci di solo capitale (non professionisti) dimostrano che in Italia e nei paesi del sud Europa in generale ogni forma di lavoro, autonoma o subordinata, è schiacciata dalla logica imposta dall’euro.
Dunque, l’euro colpisce i sistemi produttivi del Sud Europa a vantaggio di quelli del Nord. E nel tentativo di porre rimedio alle debolezze di alcuni sistemi produttivi nazionali (agli squilibri che l’adozione dell’euro ha comportato), l’ideologia pseudointernazionalistica, che si esprime nello stolto e irrazionale filo-unionismo europeo, piuttosto che spingere verso l’abbandono dell’euro, impone sacrifici ai percettori di redditi da lavoro, autonomo e subordinato. Questa è la verità. Così come è vero che i comunisti italiani malati di pseudo-internazionalismo, fingono di credere o davvero credono che l’alternativa necessaria alle politiche di austerità sia qualcosa di diverso dall’abbandono dell’euro (e della UE). Le riflessioni dell’economista Pedro Montes fanno giustizia della viltà e della ipocrisia delle posizioni dei comunisti italiani.
Pedro Montes osserva anche che rimanere nell’euro non è un alternativa, considerato che sarà impossibile restare nell'euro. Perché allora ritardare con viltà e ipocrisia una netta presa di posizione per l’abbandono dell’euro e giungere sempre in ritardo agli appuntamenti con la storia? Perché non essere lungimiranti e guidare i processi?
Ovviamente, Montes ha bisogno di aggiungere tra i vantaggi dell’abbandono dell’euro che quest’ultima scelta consentirà di  “costruire una nuova Unione Europea”. Qui ci permettiamo di segnalare un altro limite dell’articolo e del pensiero di Montes. Nessuno nega che, distrutta l’attuale unione europea, gli Stati, nel libero esercizio della sovranità, creino, mediante trattati, zone di libero scambio (non unioni doganali, però; altrimenti saremmo punto e a capo), le quali non dovranno tuttavia avere le dimensioni dell’attuale spazio europeo. Nessuno esclude e anzi tutti auspicano alleanze anche militari tra gli stati europei, le quali sostituirebbero la NATO. Nessuno esclude che gli stati che ne abbiano voglia si siedano al tavolino e inizino le trattative per creare la “nuova Unione Europea”. L’importante è chiarire che la logica e l’esperienza storica insegnano che se mai il progetto della “nuova Unione Europea” andasse importo, serviranno comunque molti decenni. Se non si svolge questa precisazione si incorre ancora una volta nella vile ipocrisia indotta dallo pseudo-internazionalismo che da almeno venti anni spinge la sinistra comunista a sostenere sistematicamente linee politiche contrarie agli interessi che dichiara di voler tutelare. Dunque, intanto occorre distruggere questa Unione europea. Poi, con pazienza, se ci sarà la volontà di un numero sufficiente di Stati, forse si potrà tentare, in qualche decennio, di edificarne una “nuova” (un termine che dovrebbe mettere in guardia, in verità, sulla serietà del progetto).
Montes, tuttavia, va molto oltre la critica dell’euro. E, quasi avesse letto ciò che da tempo andiamo scrivendo, precisa: “"se anche si risolvesse la crisi, questa riemergerebbe il giorno dopo perché resta la radice di tutti i mali: il modo in cui è stata concepita l'Unione Europea". Il problema, dunque è il modo in cui è stata concepita l’Unione europea, non soltanto l’euro. Viva Dio, finalmente un comunista europeo intelligente e coraggioso! Non se ne può più di questi idioti, codardi e psicologicamente labili che hanno il terrore irrazionale degli Stati nazione e non si accorgono né dell’orrore razionale che caratterizza l’Unione europea, né che la perdita della sovranità nazionale degli Stati significa perdita della possibilità per la politica di disciplinare l’economia (il capitale) e dunque abbandono di ogni vaga speranza socialista.
Scrive inoltre l’autore dell’articolo: “Uno dei punti essenziali sarà ripensare la globalizzazione e che gli stati-nazioni possano recuperare una parte del loro potenziale, per esempio, per controllare le loro valute e l'imposizione di dazi, che permetterà alle economie più deboli di difendersi. "E questo non significa cessare di essere europeisti”, spiega Pedro Montes, “ma puntare a un’Unione progressista con la redistribuzione della ricchezza e dei diritti sociali". Ma allora Pedro Montes ci legge! – anche se appare davvero fanciullesco pensare a una unione politica con più valute, controllo dei capitali e dazi (si tratterebbe di una semplice alleanza tra Stati, che è proprio quanto noi auspichiamo).  O forse, più probabilmente, se si ragiona liberamente, abbandonando lo pseudo-internazionalismo incoerente e incomprensibile, si giunge per forza alle nostre conclusioni.
Dirigenti dei comunisti italiani, svegliatevi – se davvero dormite per viltà e ipocrisia e non siete totalmente stupidi: dopo decenni trascorsi a sostenere politiche volte ad avvantaggiare il capitale e, al più, le classi operaie dei paesi stranieri, volete finalmente dedicarvi alla difesa degli interessi della classe operaia italiana e dei lavoratori italiani tutti, autonomi e subordinati? Lo avete capito perché la classe operaia non vi ha votato più? Perché siete stati o completamente stupidi, oppure vili e ipocriti. Ai militanti comunisti suggerisco di aderire all'appello per la costituzione del Movimento Popolare di Liberazione (Appello al Popolo lavoratore), di lanciarvi in una nuova avventura e di abbandonare dirigenti inetti e codardi, che non potranno che condurvi perennemente alla sconfitta.
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