giovedì 24 gennaio 2013

La liberazione viene sempre dal basso

«Basta con la carità, c’è bisogno di giustizia». Alex Zanotelli, missionario nelle baraccopoli di Nairobi e oggi a Scampìa, Napoli, si scaglia contro la cooperazione mercificata e contro chi svuota di senso il commercio equo. La cooperazione di Riccardi? Un business. Le Ong? In gran parte «paletti avanzanti del nostro commercio estero». Intanto il sud del mondo comincia a liberarsi da solo, con le rimesse inviate dai migranti. Perché una cosa è certa: qualsiasi vera «liberazione viene sempre dal basso, dai poveri, mai dai ricchi» 
È importante questo libro di Valentina Furlanetto su un tema di cui in Italia si è sempre parlato poco, come si è riflettuto poco sulla nostra «mala cooperazione». È un argomento che mi ha sempre appassionato, soprattutto nel periodo in cui sono stato direttore della rivista «Nigrizia». Purtroppo devo ammettere che dal 1985, quando su «Nigrizia» pubblicai l’editoriale  Il volto italiano della fame africana, una denuncia del sistema di aiuti ai paesi del Sud del mondo, le cose non sono cambiate. Casomai sono peggiorate. In quell’articolo denunciavamo il fatto che i partiti avevano messo le mani sui fondi per la cooperazione e sui soldi per la lotta alla fame in Africa, tanto che, se un magistrato avesse indagato, io credo che già allora sarebbe scoppiata Tangentopoli. Oggi la cooperazione è ridotta a zero, quindi la politica non può più lucrare tanto su questi fondi, ma è stata sostituita da strumenti più raffinati e sofisticati come la finanza e altri.
Al momento l’unica cooperazione portata avanti sia dal governo Berlusconi sia dal governo Monti è il business. Ne abbiamo avuto un esempio a ottobre 2012 durante il Forum sulla cooperazione a Milano, organizzato dal ministro Andrea Riccardi, dove sono stati invitati tra l’altro l’Eni e un personaggio discusso e discutibile come Blaise Compaoré, divenuto presidente del Burkina Faso dopo il colpo di Stato del 1987. Anche in questa occasione è venuto a galla quanto è sotto gli occhi di tutti da anni, cioè che il ministero degli Affari esteri fa appunto affari. Altro che «Muovi l’Italia, cambia il mondo», com’era lo slogan del Forum! (vedi il dossier sul Forum preparato da Comune-info).

Questo mi addolora molto perché invece gli italiani sono un popolo generoso. Non ho mai incontrato un popolo così vivace nell’associazionismo, così disposto a donare e a dare una mano a gli altri. La generosità però non deve servire a scaricarci la coscienza. Dobbiamo infatti controllare chi sono i finanziatori delle associazioni e dove vanno a finire i soldi. Posso dire che, secondo me, nell’opinione pubblica sta crescendo questa consapevolezza e questa richiesta di trasparenza. Non noto altrettanta consapevolezza nella stampa italiana, che è estremamente provinciale. Nei nostri giornali non c’è attenzione critica a queste realtà, quando invece sarebbe compito della stampa offrire un’informazione seria sul Sud del mondo.
La stampa potrebbe imparare molto da questo libro, che racconta come associazioni e istituzioni che dovrebbero aiutare gli altri a volte spendano troppo per tenere in piedi la struttura, per pubblicizzarsi, per competere fra loro e avere i fondi. Alla fine troppo poco va allo scopo finale per le quali sono nate queste realtà. Le grandi istituzioni, come la galassia Onu, spendono l’80 per cento dei fondi per finanziare la struttura dell’Onu stessa. Funzionari e dipendenti mantengono uno stile di vita nel Sud del mondo che io definisco semplicemente scandaloso. In Africa ci sono immensi campi di rifugiati dove la gente vive in situazioni drammatiche, mentre vicino vivono funzionari e cooperanti con tutti i comfort occidentali. Questo è uno scandalo! E le ong?

È un mondo molto variegato quello delle ong, c’è chi lavora e opera a fianco della povera gente e chi ha assunto il modo di fare delle grandi istituzioni. In generale, però, ho l’impressione che le ong – con le dovute eccezioni, ovviamente – alla fine siano servite più a noi che non agli impoveriti perché funzionali a un modello di sviluppo occidentale. Diventano spesso i paletti avanzanti del nostro commercio estero. Non sempre questo accade consapevolmente, ma accade.
Basta con la carità, c’è bisogno di giustizia. È assurdo un mondo come il nostro, dove c’è così tanta ricchezza mal spartita. Un mondo dove il 20 per cento della popolazione consuma l’80 per cento delle risorse è un sistema di apartheid che produce un miliardo di obesi fra i ricchi e un miliardo di affamati fra i poveri. È l’Africa soprattutto a pagarne le spese. Forse è proprio la sua ricchezza a essere la sua maledizione. Tutto questo è frutto di politiche economiche e finanziarie che rendono pochi sempre più ricchi e molti sempre più poveri. Questo vale non solo per il passato (schiavismo, colonialismo, neocolonialismo, neoliberismo), ma anche per il presente. Le assurde politiche economico-finanziarie sono sotto gli occhi di tutti. Basterebbe pensare al fenomeno del land grabbing, dove i ricchi del mondo «arraffano» terre nei paesi impoveriti per produrre cibo per sé o per ottenere biocarburanti. Oppure la nuova politica della Ue, che impone ai paesi impoveriti gli Epa (Economic partnership agreement), obbligandoli a togliere i dazi. Così l’Unione europea, che sostiene la propria agricoltura con 50 miliardi di euro l’anno, può svendere i propri prodotti agricoli sui mercati africani. I contadini africani non possono competere. È un’altra maniera per affamare l’Africa.

Una vera politica di aiuto sarebbe quella di sostenere gli agricoltori africani perché il Continente nero possa arrivare all’autosufficienza alimentare. Altrettanto inique sono le politiche commerciali imposte dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che strozzano i poveri. Proprio per contrastare tali politiche e informare i cittadini del Nord del mondo abbiamo sostenuto il commercio equo e solidale (Ces). Lo ritengo una perla preziosa. Eppure il nostro sistema è talmente scaltro che è capace di rendere questa perla funzionale al sistema. Oggi purtroppo tanto del commercio equo e solidale è diventato un altro business, perché il fine di tutto è vendere. Certo, permette ai contadini del Sud del mondo di fare qualche soldo in più, ma non è così che aiuteremo noi stessi e queste persone a capire l’iniquità delle regole del commercio internazionale. Ogni bottega dovrebbe diventare un luogo dove chi entra capisce dove e come è stato prodotto quel manufatto, perché lo paga un po’ di più, che cosa ci sta dietro. È questa la vera funzione del commercio equo e solidale. Invece una parte del Ces è diventata oggi business. Per cui dobbiamo costantemente vigilare su tutto quello che facciamo e sui mezzi che utilizziamo per aiutare i popoli impoveriti. Dobbiamo far sì che loro diventino i soggetti della loro liberazione. È interessante notare che oggi l’aiuto più grande che viene inviato ai paesi impoveriti non è il nostro, ma il loro. Il vero aiuto sono le rimesse, il flusso di denaro che gli immigrati in Italia inviano alle famiglie, frutto del loro lavoro. La liberazione viene sempre dal basso, dai poveri, mai dai ricchi. Per questo ritengo importante il testo che avete nelle vostre mani.
(Fonte)
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